Attacchi ai movimenti sociali e resistenze

Attacchi ai movimenti sociali e resistenze: repressione statale, guerra psicologica e non convenzionale

Le lotte sociali, in questo contesto di guerra globale, vengono attaccate almeno su tre piani: repressione (decreti sicurezza, repressione, violenza poliziesca), modo di pensare (approccio manovriero1) e mediatico (disinformazione, propaganda di sistema). Riconoscere questi meccanismi è essenziale per costruire strategie di difesa efficaci.

Attacchi repressivi. I decreti sicurezza limitano il diritto di manifestare, i centri sociali vengono sgomberati, e anche movimenti che finora sono stati tendenzialmente risparmiati come Non Una Di Meno vengono colpiti; la difesa del territorio diventa reato, colpendo in particolare le compagne più giovani per scoraggiarle dalla lotta. Episodi come lo stupro di gruppo di Caivano vengono strumentalizzati per giustificare decreti repressivi che non affrontano le vere cause sociali. Anche le mediche che segnalano la non-idoneità dei CPR per pazienti migranti vengono criminalizzate e indagate. TSO e medicalizzazioni non necessarie, inclusa la somministrazione di psicofarmaci a minori con background migratorio o di povertà, sono un’altra forma di repressione: il disagio mentale nasce spesso da un sistema malato e potrebbe invece diventare motore di trasformazione.

Attacchi al modo di pensare. Come descritto precedentemente, vengono rafforzati stereotipi di genere pericolosi: per le donne vengono avvalorati stereotipi classici perché si preparino a stare in casa, per gli uomini invece stereotipi di mascolinità tossica per prepararli a diventare militari. Diffusi soprattutto tra le giovani, questi stereotipi esaltano il valore delle relazioni romantiche e generano bisogni superficiali. Allontanando le persone dai propri bisogni reali, penetrano nell’inconscio e diventano un ostacolo all’impegno politico. Il sistema nei secoli ha sempre cercato di manipolare anche a livello emotivo soprattutto le giovani, per cui è stato riconosciuto il bisogno di un percorso di riappropriazione, collettivizzazione e politicizzazione dei propri sentimenti.

Un’arma centrale del sistema è la frammentazione indotta: tra i movimenti, attraverso la logica del «buono/cattivo» con cui le istituzioni tentano di comprare il dissenso; tra migranti e nativi, che vengono, attraverso diversi mezzi, mantenuti in bolle sociali differenti fino a rendere talvolta più difficili le alleanze; e nei Sud, dove l’eredità della repressione sabauda si prolunga nella stigmatizzazione delle popolazioni meridionali. In particolare quest’ultima discriminazione va unita all’impatto delle mafie che, oltre a spacciarsi falsamente per fenomeno prettamente meridionale e quindi aumentare lo stigma, da un lato costruiscono la cultura dell’omertà e dall’altro attaccano i movimenti. Se colleghiamo tutto questo all’abbandono istituzionale, possiamo capire le ragioni del senso di autocommiserazione e rassegnazione che indebolisce i movimenti.

Attacchi mediatici e cognitivi. La propaganda statale isola i movimenti sociali raccontandoli in modo distorto, per esempio, per far sì che anche le pratiche più efficaci perdano di consenso, vengono ripetutamente descritte come violente o terroristiche. La costante esposizione a immagini di guerra e massacri desensibilizza la popolazione, rendendo la mobilitazione più difficile, mentre gli algoritmi dei media digitali orientano l’attenzione collettiva spingendoci a inseguire l’agenda avversaria invece di costruire la nostra. Un mondo senza media digitali, o almeno senza scroll infinito e pubblicità sarebbe preferibile, ma nel frattempo serve conoscere questi meccanismi e sviluppare contronarrazioni, pur restando consapevoli dei rischi che i media digitali amplificano, come le campagne coordinate di molestie e stalking contro le donne, spesso le più esposte nella gestione della comunicazione dei movimenti. Abbiamo già descritto la matrice razzista e orientalista dei programmi scolastici, e la presenza militare all’interno della scuola: questo è in linea con quanto descritto nei rapporti NATO stessi, che suggeriscono di abituare la popolazione alla presenza di militari per rendere più agevole la repressione del dissenso. Vorremmo portare l’esempio specifico dei centri antiviolenza: senza essere apertamente criminalizzati, ricevono fondi sempre minori restando intrappolati nell’emergenza.

Dietro tutti questi meccanismi (e molti altri non citati qui) c’è un disegno comune: un sistema consapevole della propria crisi che cerca con ogni mezzo di difendersi e soffocare le spinte di cambiamento, specialmente quelle delle giovani generazioni in un’epoca di disastri ecologici e sociali — spinte di cui il sistema ha paura.
Come donne, l’autodifesa è tra le nostre prerogative: possiamo costruire una difesa collettiva, organizzata, fondata su principi etici ed estetici. Dobbiamo continuare a riconoscere i nostri bisogni reali e le forme di oppressione, dobbiamo organizzare assieme una difesa efficace, dobbiamo essere pronte perché è prevedibile che nei prossimi anni gli attacchi si intensificheranno.

1. L’approccio manovriero (manoeuvrist approach) è definito dalla NATO, in rapporti come UO2020 (Urban Operations in the year 2020) come volto a spezzare coesione e volontà del “nemico”.

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