Il confederalismo democratico come forma organizzativa
Il confederalismo democratico è stato proposto per la prima volta da Abdullah Öcalan nel libro Parastina Gelekî (In difesa di un popolo, pubblicato in italiano come Oltre lo Stato, il potere e la violenza1). Rappresenta un cambio di paradigma fondamentale per il movimento di liberazione curdo: se prima la costruzione di uno Stato era contemplata come esito di una guerra di liberazione, ora si riconosce che lo Stato è espressione del patriarcato e non può portare libertà, da cui la necessità di organizzare la società in modo alternativo. In altre parole il patriarcato attraverso lo Stato diventa istituzione e si organizza come forma di oppressione; la risposta a questo è costruire una società democratica. In un’accezione, la democrazia è definita da Öcalan come l’autogoverno di società che non conoscono Stato né potere costituito (es. clan, tribù). In un’altra accezione, indica anche quelle forme di autogoverno che sopravvivono al di fuori delle istituzioni statali anche in situazioni dove Stato e potere sono già ampiamente presenti.2
Il confederalismo democratico vuole rafforzare il comunalismo della società contro le prevaricazioni dello Stato e del profitto, e si basa su alcune istituzioni sociali. Le comuni sono la forma organizzativa di base, dove la società risolve i propri problemi e si autodetermina. Le comuni si mettono in rete e si confederano attraverso assemblee e consigli a diversi livelli. Le accademie analizzano l’esistente su basi diverse dall’istruzione statale e costruiscono personalità liberate dai condizionamenti patriarcali. Le cooperative permettono alla comunità di sopperire collettivamente ai propri bisogni in base alle necessità, non per profitto; rifiutando quindi accumulazione e monopolio. Le istituzioni sociali pongono le basi anche per l’autodifesa. Un’autodifesa è fondamentale: efficace contro ogni attacco, dalla repressione alle guerre speciali, dagli attacchi militari a quelli mirati a frantumare coesione e volontà; praticata su più piani, dal fisico al sociale; sviluppata soprattutto come organizzazione solida e integrata nella società. A queste basi si interconnettono le dimensioni del confederalismo democratico — tra cui possono esserci diplomazia, arte e cultura, economia, ecologia, istruzione, salute — flessibili e adattabili ai contesti secondo bisogni e volontà della società. Non è realistico immaginare che lo Stato cessi rapidamente di esercitare potere: per un certo tempo va quindi immaginato un sistema di “democrazia + Stato”, in cui il confederalismo democratico si ritagli la possibilità di esistere parallelamente, sappia difendersi e punti ad allargare costantemente la propria influenza, rendendo poi lo Stato superfluo.
In quest‘alternativa le donne giocano un ruolo cruciale: si organizzano autonomamente per liberarsi dalle influenze del patriarcato e ritrovare quei valori che il sistema capitalistico ha soffocato, diffondendoli poi nella struttura mista e prendendo parte ai lavori di entrambi i contesti. Questo accade a tutti i livelli e dimensioni organizzative.
Esempi di questa pratica si trovano nel Bakur (Kurdistan del nord, in territorio dello Stato di Turchia) e nelle comunità curde in Europa. Il caso più eclatante è il Rojava (Kurdistan dell’ovest, in territorio siriano), dove l’intera società si organizza in comuni, le donne sono organizzate autonomamente e hanno dato il nome di Kongra Star alla loro confederazione (nelle zone arabe precedentemente era Zenobia). La loro autodifesa, le YPJ (Unità di protezione delle donne), è nota in tutto il mondo e oggi è nuovamente sotto attacco.
Nel pensare a un moderno internazionalismo di fronte alla terza guerra mondiale, prendiamo ispirazione dal confederalismo democratico. Come le diverse comuni in Rojava formano un tessuto sociale in grado di sopperire ai problemi della società, allo stesso modo mettendoci in rete possiamo costruire questa alternativa – che non può essere ristretta a un solo ambito o territorio. Con il confederalismo democratico delle donne possiamo unirci e tessere le nostre resistenze: tutti i nostri colori e le nostre diversità diventano una ricchezza. Nel tessere assieme le nostre resistenze, le nostre risposte, ciascuna diventa più forte. L’intento non è quello di costruire una struttura ombrello o un ulteriore apparato burocratico, ma connettere invece ciò che già c’è attraverso legami più radicali, che puntino a costruire un’autodifesa collettiva e a ravvivare la speranza per una vita degna, una vita bella.
1. Oltre lo Stato il potere e la violenza, A.Öcalan, settembre 2016, edizioni Punto Rosso.
2. Faremo costantemente riferimento a questa definizione di democrazia espressa da Öcalan

