L’importanza dell’internazionalismo
Scrive Öcalan1 “insistere nel socialismo significa insistere sull’essere umano.” Cosa vuol dire? Guardiamo la storia come l’evolversi dialettico di due tendenze: da un lato c’è la società che si organizza, anche attraverso la spinta femminile, in strutture comunaliste etiche e in armonia con la natura; e dall’altro c’è la spinta patriarcale e statale che divide la società in caste e classi, usando individualismo, nazionalismo e guerre per controllarla meglio e trarne massimo profitto. Non parliamo di un socialismo che crede di potersi realizzare tramite uno Stato, ma della spinta nel ricreare socialità, società e autodeterminazione in cui le dinamiche sono partecipative e si lavora per la liberazione di tutte in armonia con la natura.
Se insistere nel socialismo significa insistere sull’essere umano, vediamo che l’umanità, pur tra guerre e ingiustizie, non ha mai smesso di cercare le sue radici sociali. Questi movimenti di difesa della società hanno quasi sempre avuto una dimensione internazionale: già dall’età assiale2 in diverse parti del mondo, senza apparenti legami, alcuni filosofi hanno parlato di un’etica, di un ritorno alla società (Lao Tzu, Buddha, Zarathustra, Socrate); i primi gruppi cristiani si schieravano dalla parte più povera della società e i primi discepoli iniziavano a viaggiare. La stessa dimensione internazionale era presente nei movimenti eretici transnazionali come Catari e Valdesi, tra le donne sagge bruciate come streghe in quanto portatrici di sapere alternativo, nei movimenti operai organizzati per ben tre volte in forma di internazionali, nei movimenti dei popoli colonizzati che hanno costruito la Tricontinentale, nei movimenti antiglobalizzazione che hanno assunto una dimensione internazionalista con il Social Forum e Indymedia. Siamo parte di una storia che viene da lontano e che continuerà a esistere fintanto che esisterà l’umanità.
Di fronte ad una guerra mondiale pervasiva, nella quale il sistema replica gli stessi metodi di attacco in diverse aree del mondo (pensiamo alle somiglianze tra diverse forme di colonialismo e a come Israele renda la Palestina un laboratorio di guerra con metodi poi esportati altrove). Riconoscere questi schemi e insieme costruire reti internazionali ci rende più forti: le lotte che rimangono esclusivamente concentrate sul locale restano isolate e attaccabili, mentre una prospettiva internazionalista rafforza le stesse esperienze e moltiplica la speranza. Possiamo imparare le une dalle altre pratiche di resistenza: cucine e ambulatori popolari, reti di condivisione agricola, percorsi di autodifesa femminile, spazi di formazione alternativi (che prendono il nome di escuelitas e perwerde in diverse parti del mondo)3 sono alcune delle esperienze da cui possiamo trarre ispirazione reciprocamente.
In particolare, l’internazionalismo è essenziale per le donne perché in tutto il mondo siamo le prime ad essere attaccate in modo trasversale, ma siamo anche tra coloro che portano un’ipotesi di organizzazione sociale diversa sollevandoci in molteplici esperienze di resistenza anche internazionalista. Come rete vogliamo ridare forza a quei valori che il patriarcato vuole cancellare, perché un internazionalismo delle donne diventi la base solida per un internazionalismo delle popolazioni e delle comunità tutte.
L’internazionalismo è oggi autodifesa: nella consapevolezza che un attacco a una è un attacco a tutte, se rispondiamo unite allora i rapporti di forza cambiano. Solo un’autodifesa globale può rispondere a una guerra globale e ricomporre la società frantumata.
1. Abdullah Öcalan, filosofo ideatore del confederalismo democratico, leader fondatore del PKK, è guida indiscussa di tutto il movimento di liberazione curdo e di un ampio movimento internazionalista.
2. Arco di tempo tra l’800 e il 200 a.C. in cui, indipendentemente in diverse culture del mondo (cinese, indiana, persiana, ebrea, greca), nacquero tradizioni filosofiche che pongono al centro valori etici e sociali.
3. Escuelitas significa “piccola scuola” in castigliano, perwerde “formazione” in curdo: sono spazi di apprendimento non legati al sistema statale ma gestiti da movimenti sociali.

