Attacchi alla società e resistenze: un inizio di discussione
Il sistema di guerra ha bisogno di assoggettare la società ai propri interessi, e lo fa infiltrandosi in ogni suo aspetto: trasforma la mentalità, recide i legami sociali, scardina i meccanismi con cui la società risponde ai propri bisogni. Il sistema educativo viene piegato a fini bellici, i fondi sottratti alla salute vengono dirottati altrove, e i media digitali incentivano isolamento e scissione della personalità (come se vivessimo due vite contemporaneamente) instillando al contempo la cultura machista del dominio. L’obiettivo è duplice: creare individui utili alla guerra e riprodurre un sistema di valori che impedisca alla società sia di analizzare ciò che la circonda, che di organizzarsi per cambiarlo. Così facendo si approfondisce il sentimento diffuso di precarietà e paura, che rafforza la militarizzazione e spinge la popolazione ad accettare regimi autoritari o fascisti. Tutto questo è quello che chiamiamo militarizzazione della società.
Alla base della militarizzazione della società ci sono una mentalità e una pratica profondamente patriarcali, che raggiungono il punto di massima violenza nei femminicidi, lesbicidi e transicidi, a loro volta punta dell’iceberg di una violenza multiforme a cui le donne e le soggettività dissidenti sono costantemente sottoposte. Un dato di cui siamo venute a conoscenza: nel 2025 le tentate uccisioni, le violenze e le aggressioni sessuali sono aumentate, mentre le uccisioni effettivamente avvenute sono calate. Forse che questa diminuzione sia dovuta al fatto che stiamo imparando a difenderci di fronte al patriarcato, seppur diventi ogni giorno più violento?
Dal punto di vista economico, la femminilizzazione della povertà (divario economico basato sul genere) porta al fatto che le donne siano sempre più dipendenti dai mariti o partner; in particolare oggi che l’accesso alle case rifugio è sempre più difficile, questo rappresenta un ostacolo non indifferente nei percorsi di fuoriuscita dalla violenza.
I media digitali sono tra i veicoli più pericolosi di manipolazione della mentalità collettiva. L’espressione “flood the zone with shit”, coniata da Steve Bannon per la campagna elettorale di Trump, descrive la strategia di inondare lo spazio mediatico di informazioni manipolatorie o false, usando la ripetizione per condizionare le persone: nel 2023 il 49,6% del traffico online era generato da bot o account fake. Va ricordato che le stesse multinazionali dietro questa produzione di contenuti hanno spesso interessi diretti nelle guerre e orientano la propaganda di conseguenza. In questo contesto gli attacchi alle donne e alle libere soggettività sono talvolta subdoli, talvolta esplicitamente violenti. Fin dall’infanzia, algoritmi differenziati per genere propagandano un modello di donna estremamente sessualizzato e irraggiungibile, generando insicurezza e performatività basata sul dover rappresentare ruoli di genere innaturali e funzionali al sistema. Contemporaneamente si diffonde online la manosfera, ovvero l’insieme di correnti di pensiero misogine e patriarcali: gli incel (“involontariamente celibi”), convinti che l’80% delle donne voglia stare solo con il 20% degli uomini, diffondono idee violente contro le donne; altri esempi sono Andrew Tate — influencer, stupratore e trafficante — e le correnti che insegnano tattiche manipolatorie per “sedurre” le donne. È in questi stessi ambienti che molti uomini autori di femminicidio, lesbicidio e transicidio si formano e si sentono legittimati. Diventa poi sempre più normale condividere la propria posizione sulle chat con i propri partner, quasi che questa forma di controllo fosse un gesto d’amore. Servono quindi tre risposte parallele, e tutte sono in pratica nei nostri territori: costruire narrazioni alternative efficaci dentro questi stessi spazi, educare a un uso consapevole e finalizzato dei media digitali e ricostruire i legami sociali che questi ambienti frantumano o falsano.
Anche la scuola è un canale attraverso cui la guerra entra nella società: nel modo in cui l’istruzione viene impartita, nei programmi stessi, nell’ingresso di soggetti esterni – aziende o militari – nelle attività scolastiche. Sul piano del metodo, l’introduzione dell’intelligenza artificiale spinge verso un’educazione sempre più robotizzata e meno umana, in ambienti scolastici sempre più gerarchici e asettici. I nuovi programmi varati da Valditara riflettono le idee razziste e di estrema destra del governo: si potrebbe dire molto, ma basti notare che il testo non parla mai di “umanità” bensì sempre di “uomo”, descrive esplicitamente l’Occidente come superiore all’Oriente, e nei programmi per l’infanzia trascura la crescita relazionale delle bambine. Le attività complementari includono sempre più spesso visite in caserma e presenza militare a scuola, normalizzando la guerra e preparando chi frequenta le scuole a diventarne parte attiva. Le giovani donne vengono spinte verso carriere scientifiche in quanto utili anche a fini bellici, mentre spesso le borse di studio universitarie sono finanziate da multinazionali belliche come Leonardo. Parallelamente, diventano sempre più difficili da realizzare sia l’educazione sessuo-affettiva che le forme di didattica alternativa. A questo si aggiunga che i fondi destinati all’istruzione vengono continuamente ridotti per finanziare guerra e repressione.
Serve dunque un doppio movimento: trovare modi per entrare nelle scuole, e parallelamente agire all’esterno di esse, rafforzando canali per diffondere cultura e socialità alternative, anche riappropriandoci delle conoscenze tecnologiche per metterle al servizio della società invece che contro di essa. In questo senso, i doposcuola popolari e le forme di educazione alternativa che fioriscono intorno a noi rappresentano la vera risposta a un sistema scolastico che non risolve i bisogni della società.
Parlando di salute, la prima domanda è: cosa significa stare bene? Stare bene non è solo assenza di malattia, ma dipende da molti altri fattori sociali — casa, reddito, legami relazionali: la salute è questione sociale, non solo medica. Oggi il sistema sanitario nazionale non riesce a rispondere ai bisogni della popolazione, per mancanza di fondi o per favorire il privato; i consultori vengono ridimensionati e invasi da associazioni antiabortiste, i servizi per persone disabili e anziane tagliati — scaricando il peso, anche economico, sulla società e in particolare sulle donne, che spesso sopperiscono con il proprio lavoro di cura a ciò che lo Stato non offre più. Come risposta, stanno nascendo in tutta Italia laboratori di salute popolare, capaci di rispondere ai bisogni che lo Stato non vuole o non può soddisfare. L’idea è restituire alla salute il significato di bene comune: un’idea di salute libera dal patriarcato, non subordinata al mercato, che metta al centro la conoscenza del proprio corpo, il legame con la natura, e che sia radicata nei territori rispondendo ai bisogni della società.
Vorremmo infine sottolineare un punto: è essenziale riconoscere i tipi di attacco che il sistema patriarcale e militarista sferra, per costruire insieme un’autodifesa efficace. Sono attacchi fisici, economici, psicologici e mediatici — ne abbiamo riportato qui alcuni esempi — che puntano da un lato a rendere impotente il singolo individuo, e dall’altro a frantumare i legami sociali fomentando l’individualismo. La difesa da costruire deve essere tanto materiale quanto ideologica, e coinvolgere ogni aspetto della nostra vita. L’alleanza tra donne e tra organizzazioni, anche intergenerazionale, resta cruciale per proseguire la lotta: i luoghi che custodiscono questi legami vanno costruiti insieme e tenuti vivi.