Attacchi alle libertà di movimento e resistenze

Attacchi alle libertà di movimento e resistenze: un inizio di discussione

Questa tematica fa riferimento alle modalità con cui i sistemi statali intervengono sui rapporti tra le persone e i luoghi che abitano, reprimendo, limitando o comunque gestendo in modo forzato la libertà di movimento per controllare la società e i territori. Le migrazioni economiche, climatiche e per sfuggire dalle guerre sono spesso la conseguenza delle condizioni delle zone di sacrificio di cui abbiamo discusso nel primo tema generatore.

In questo senso è importante rileggere i fenomeni migratori. Quando si parla di “migranti”, i media fanno riferimento a uomini – maschi – razzializzati del Sud globale che si spostano per motivi economici, climatici, di guerra o violenza. Spesso le migrazioni interne delle donne dal Sud al Nord Italia e la migrazione delle donne da altri Paesi sono invisibilizzate e quindi doppiamente oppresse: spesso vengono prese in considerazione solo se identificate con i traumi vissuti legati al sistema di dominio patriarcale, come fosse fenomeno esterno alle società d’arrivo, come ad esempio per la tratta a scopo di sfruttamento della prostituzione. Nelle reti interconnesse del patriarcato vediamo il razzismo e il patriarcato anche nei Paesi dove si emigra di più, in Pakistan si stanno espellendo le donne afghane e in diversi Paesi dell’Abya Yala si stanno espellendo le donne di Haiti. Questo meccanismo è una catena e un circolo vizioso che vediamo in tutto il mondo.

Inoltre tutto ciò che riguarda l’impatto delle migrazioni sulle relazioni e sugli equilibri nelle comunità di provenienza non viene quasi mai preso in considerazione. Come fare ad inserire la lotta locale senza abbandonare la lotta del paese d’origine anche come donne? In Italia le persone vengono criminalizzate per le appartenenze: i migranti del Sud globale sono “delinquenti a prescindere” così come le persone del meridione italiano. Queste politiche si alimentano con la creazione delle zone periferiche sfornite di servizi di assistenza alle persone ma assoggettate ad un forte controllo repressivo statale, aumentato con l’ingresso delle zone rosse. Il razzismo istituzionalizzato inoltre infantilizza ed esclude anche attraverso il sistema educativo, privando di fatto l’autodeterminazione.

Se il Sud globale viene militarizzato e usato come “zona di sacrificio” strategica, nel frattempo le forme di repressione e detenzione in Italia si moltiplicano al punto da condizionare le politiche europee, come per i CPR (Centro di Permanenza per i Rimpatri) in Albania. Carceri, CAS (Centro di Accoglienza Straordinaria), CARA (Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo) e CPR sono sovraffollati: la custodia amministrativa viene utilizzata come risposta sfruttando la narrazione dell’emergenza securitaria alimentata dallo stesso sistema punitivo. Chi si fa carico delle persone nelle carceri e nei centri detentivi poi sono generalmente le donne, spesso isolate se migranti a causa dell’assenza di una rete sociale. Inoltre il COVID ha sdoganato l’uso dei decreti-legge che utilizzano le “urgenze” mediatiche per implementare la visione nazionalista e per smantellare la coesione sociale. La logica emergenziale è funzionale al controllo statale dell’accoglienza, per gestire i “flussi migratori” a vantaggio delle imprese italiane ed estere che lavorano sul territorio. In Calabria e Sicilia, l’isolamento si intreccia con gli sbarchi delle persone migranti, criminalizzate come “scafiste”, senza mettere in dubbio il sistema dei confini che impedisce alle persone di migrare liberamente e legalmente, costringendole quindi a rivolgersi alle reti criminali internazionali. Quest’ultime infatti traggono vantaggio dalla criminalizzazione dell’immigrazione, che lascia intatti i sistemi criminali internazionali e lo sfruttamento di padronato e caporalato, gestiti dalla criminalità organizzata con la connivenza della grande distribuzione alimentare.

Le lotte a supporto della libertà di migrare – portate avanti da decenni sull’onda delle primavere arabe – oggi sono meno sentite. Questo non vale per le mobilitazioni nazionali (network Against Migrant Detention contro i CPR) che restano però limitate nel raggiungere le questioni locali. Come movimenti, troppo poco attraversati da persone che hanno vissuto processi migratori, di diaspora e/o di razzializzazione, occorre riconoscere le gerarchie patriarcali e i problemi di potere diffusi nelle migrazioni, quali forme di disumanizzazione soprattutto nei confronti dei giovani attraverso il razzismo scolastico e nei confronti delle donne attraverso la casalinghizzazione. Consapevoli delle differenze che ci attraversano, dobbiamo costruire la forza della nostra lotta a partire dalla diversità, ma anche da nemici e sogni comuni. Dobbiamo lottare contro la costruzione e il rafforzamento di confini e frontiere, anche oltre quelle propriamente dette, nelle forme di controllo razzista e patriarcale della società, nella violenza dello Stato, della polizia, delle strutture detentive, dei discorsi razzisti, xenofobi e di estrema destra che impregnano in questo momento la narrativa dominante.

In questa resistenza non vogliamo solo opporci ma anche costruire, a partire dalle reti di mutualismo e dalla capacità di creare bellezza, portando avanti una resistenza che di per sé è etica. Di queste reti e metodi di resistenza ne sono un esempio le esperienze messinesi comunitarie di ritorno alla Terra, l’utilizzo dei forni comuni, ma anche il progetto padovano “Open All Borders”, la solidarietà reciproca e lo scambio con le scuole di italiano per donne, gli sportelli sociali, il Comitato “oltre i confini – scafiste tutte” in Calabria, le molte lotte contro carceri e CPR che da tanti anni esistono nel territorio (per citarne solo alcuni).

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