attacchi ai territori e resistenze

Attacchi ai territori e resistenze: un inizio di discussione

L’estrattivismo1 procede spesso insieme alla militarizzazione, generando “zone di sacrificio”2 concentrate soprattutto nei Sud e nelle zone periferiche.
In Italia ci sono 250 basi militari, di cui 120 statunitensi e circa 20 segrete. Un’alta concentrazione di queste è situata nelle isole che data la loro posizione strategica nel Mediterraneo (che le rende geopoliticamente funzionali agli interessi bellici) subiscono una doppia colonizzazione, sia in quanto colonie italiane, sia come avamposti di attori internazionali. Molte aree sono state sottratte all’economia civile e diversi movimenti sul territorio lottano per la chiusura delle suddette aree militari e per la loro riconversione: ne sono un esempio A Foras in Sardegna e i comitati antimilitaristi siciliani.

La base MUOS in Sicilia, strategica per il controllo remoto dei droni statunitensi a livello mondiale, è stata costruita con la complicità delle mafie: l’area pertinente include le fonti d’acqua ma risparmia le ville dei potenti locali. La base ricorre ancora oggi a mezzi poco limpidi per ampliarsi, come gli incendi dolosi nei territori circostanti. Nell’area si registra poi un aumento dei tumori, mentre disboscamento, inquinamento e discariche spingono la popolazione ad andarsene. Il ponte sullo Stretto di Messina è un altro caso di interessi elitari contro bisogni collettivi: al di là dell’abuso generato dall’impatto della grande opera in sé e delle opere ad essa compensative, la progettazione edilizia sul territorio generalmente è così scadente che, ad esempio, nell’agosto 2023 si è fatto esplodere un viadotto già costruito perché inutilizzabile; la propaganda per la realizzazione del ponte è in buona parte sostenuta da un’unica famiglia messinese che già allo stato attuale aspira al monopolio dell’attraversamento dello stretto mediante grossi mezzi come le navi traghetto (Caronte & Tourist).


Nel triangolo foggiano (San Giovanni Rotondo/Manfredonia/Foggia), 3/4 del territorio sono sotto controllo NATO e i campi esausti vengono o riconvertiti a eolico ed agrovoltaico o coltivati ​​massivamente per grandi industrie della GDO. In altri casi le imprese turistiche, spesso legate alla criminalità locale, utilizzano fondi pubblici per i propri interessi (come nella costruzione degli alberghi per il Giubileo del 2000, mai usati né riconvertiti in abitazioni, come da progetto). ENI e Ilva hanno inquinato ed ammalato Puglia e Basilicata rendendole invivibili, operando tra sistemi mafiosi e statali. Il G7 di Fasano del 2024 ha mostrato bene questa doppiezza: da un lato la propaganda sul Sud Italia come terra vacanziera di sole e buon cibo, dall’altro zone rosse e blindatura totale e violenta del territorio. L’assenza di una tutela sociale e istituzionale porta chi vive in queste aree ad abituarsi all’occupazione militare e alla turistificazione massiva, arrivando a considerare questi fenomeni come inevitabili e spesso a lavorare con rassegnazione nelle stesse basi o strutture che hanno reso inutilizzabili i territori perché percepite come uniche certezze d’impiego.

Non è solo un problema meridionale. Il gasdotto SNAM-TAP, dopo le mobilitazioni in Puglia, è arrivato in Umbria: la giuntura è stata collocata a Norcia, epicentro del terremoto del 2016, rendendo i terreni incoltivabili. Anche le città sono sotto attacco: a Vicenza, la speculazione del TAV ha sfrattato 200 famiglie e minaccia la distruzione di aree verdi urbane, tra cui i boschi ca’ Alte e dell’ex-lanificio Lanerossi; a Padova, come in tante altre città, gli spazi comuni vengono privatizzati; a Bologna la turistificazione sottrae la città alla popolazione, e la gentrificazione – mascherata da “riqualificazione” – allontana le persone residenti cementificando le aree verdi.


Questi processi vengono mascherati dalla propaganda come rivalorizzazione e spacciati per investimenti di risorse affinché le persone rimangano o tornino ad abitarci; in realtà creano dei canali preferenziali per imprenditori italiani o esteri che riproducono la mentalità statalista, classista e produttivista nonché stili di vita improntati al consumo e al profitto. Ne è un esempio la turistificazione, che rende le abitanti dei territori ospiti in casa propria o costrette ad emigrare, esposte ad instabilità economica a causa delle fluttuazioni dei costi in base alle stagioni turistiche e alle mode “green” degli eco-villaggi chic. Un altro esempio, venduto come opzione per rimanere nel territorio, è la colonizzazione energetica con sistemi fotovoltaici che sono molto remunerativi solo per pochi. Questi attacchi sono un esempio dello sfruttamento statale dei territori con cui nel tempo è stata costruita ed alimentata la polarizzazione tra Nord e Sud Italia, con spostamenti ed isolamenti forzati che hanno allontanato le persone dalla storia locale. Di fronte a questi attacchi molte donne continuano ad attuare pratiche di autosussistenza esprimendo un legame e una difesa della propria terra. Terra che non vogliono svendere. Anche queste pratiche possono rafforzare quei legami con la Terra da cui la modernità capitalista ci ha alienate.

Se le opere estrattiviste e produttiviste distruggono il territorio e il tessuto sociale (portando a frane come a Niscemi), lo sfruttamento della natura non si limita a questo. Le zone di sacrificio sono condannate a diventare fette di territorio in cui risiedono bacini di rifiuti nocivi (si pensi ai depositi di smarino, materiale riscontrato dagli scavi del TAV in val di Susa e dagli scavi del raddoppio ferroviario nel messinese, che concentrano quantità di arsenico e altri agenti cancerogeni anche superiori ai limiti di legge). Il modo intensivo con cui si praticano agricoltura e allevamenti non ha nulla a che vedere con l’armonia vitale della natura. Il sistema tecnologico dell’intelligenza artificiale e dei computer quantistici ha bisogno di risorse immani e contribuisce alla devastazione climatica. Tutto questo, incluse le grandi opere che distruggono la natura a vantaggio di pochi, è l’espressione della cultura dello stupro applicata alla Terra, ovvero un rapporto patriarcale e utilitarista possessivamente violento verso la natura e gli animali. Gli allevamenti sono una presenza diffusa in tutto il territorio e oltre a rappresentare dei luoghi dove gli animali soffrono e muoiono ogni giorno sono anche una delle maggiori cause del surriscaldamento globale a causa delle loro emissioni. Oggettificare animali e natura, e quindi sfruttarli per i propri interessi, è espressione della stessa mentalità che porta a considerare le donne come terreni da possedere e dominare.

Le molteplici lotte in difesa della Terra usano vari metodi: esperimenti di democrazia diretta, diversi tipi di conflitto, lavoro nei quartieri (i 18 comitati di quartiere contro cementificazione e distruzione del verde a Bologna, gli orti sociali a Padova). A livello locale si condivide la difficoltà del proseguire la lotta quando manca un attacco palese. Nelle lotte in difesa del territorio ci sono realtà come “A Foras” in Sardegna, movimenti No Basi a Livorno e Pisa, comitato contro il comando NATO a Firenze, No MUOS in Sicilia e altre realtà vicentine, che tessono legami tra loro rafforzandosi a vicenda pur non essendo (ancora) una rete formale. In Sicilia sono nati movimenti che mappano e intervengono sugli incendi; nel Foggiano vari gruppi si oppongono alle zone di sacrificio. Al Sud si sono susseguite esperienze di messa in rete, l’ultima delle quali è “I Sud si organizzano”.

Parallelamente c’è chi sceglie di trasferirsi in montagna e nelle zone vallive, per ritrovare un contatto diretto con la natura e per costruire reti di resistenza in queste periferie, in questi “Sud” fuori dal consumismo estremo. Se il prestigio scientifico di Bologna si fonda anche su ricerche nucleari che aggrediscono gli Appennini, andarci a vivere diventa una posizione radicale contro l’estrattivismo. Anche tra questi gruppi che ritornano alla Terra ci sono esperienze di costruzione di rete e scambio di pratiche.

Questa pluralità di mezzi è una ricchezza, ma comprendersi tra tattiche diverse resta difficile: bisogna essere solidali con chi sceglie l’azione diretta, riconoscendo al tempo stesso che anche il dialogo istituzionale può dare risultati — pur sapendo che spesso alla fine sono le multinazionali a decidere.

1. Modello socio-economico basato sullo sfruttamento intensivo e su larga scala delle risorse naturali, destinate all’esportazione senza o con minima lavorazione in loco. Spesso viene considerato una forma di neocolonialismo.
2. Concentrazione di danni ambientali, inquinamento e consumo di suolo in specifiche aree (spesso nel Sud del mondo) per alimentare i consumi dei paesi industrializzati.

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