Educare per trasformare. L’educazione come pratica di liberazione nelle istituzioni delle donne in Rojava
Questo articolo è stato scritto da una delegazione di Donne che tessono il futuro che è stata in Rojava per sostenere la campagna “siamo tutte YPJ”. Le componenti della delegazione provengono da città e organizzazioni politiche italiane diverse, ma partecipano insieme alla costruzione della rete, unite da un obiettivo comune: contribuire alla costruzione del confederalismo mondiale delle donne.
La delegazione ha scelto di concentrarsi sul tema dell’educazione per sottolineare quanto sia importante ricordare ciò che sta alla base del Confederalismo democratico e della trasformazione sociale avviata con l’autonomia del Nord-Est della Siria, soprattutto in questo momento di cambiamento e di passaggio di fase, all’interno di un processo politico ancora agli inizi.
Il processo di integrazione tra le istituzioni dell’Amministrazione autonoma e il governo di Damasco è tuttora in corso e apre interrogativi sul futuro del Rojava. In questo contesto, riflettere sull’educazione significa interrogarsi anche su ciò che ha reso possibile la trasformazione sociale di questi anni: la costruzione collettiva di nuove forme di autonomia, di partecipazione e di libertà.
Una generazione di donne che ha imparato che la propria libertà può essere organizzata e difesa collettivamente, non tornerà mai indietro.
L’educazione è alla base di tutto.
Nelle parole delle donne di Mala Jin, la Casa delle donne, questa affermazione non indica semplicemente l’importanza della formazione, ma esprime un principio che attraversa diversi ambiti della vita sociale in Rojava. L’educazione è ciò da cui partire per trasformare la condizione delle donne, modificare le relazioni sociali e mettere in discussione una mentalità patriarcale interiorizzata nel tempo. Imparare, in questa prospettiva, non significa soltanto acquisire nuove conoscenze. Significa innanzitutto imparare a riconoscere ciò che prima poteva apparire normale: la violenza, la sottomissione, la disuguaglianza, la dipendenza economica, ma anche quei ruoli sociali che definiscono in anticipo ciò che una donna può o non può fare.
È proprio in questo passaggio che l’educazione assume una dimensione politica: interviene sul modo in cui le persone leggono la realtà e, di conseguenza, sulla loro possibilità di modificarla. Le donne di Mala Jin lo spiegano con una frase altrettanto significativa: «L’educazione serve alle donne a non accettare la violenza, la sottomissione». In questo modo diventa uno strumento per rompere il processo attraverso cui la subordinazione può essere interiorizzata e percepita come inevitabile. Riconoscere la violenza significa poterla nominare, comprenderne le dinamiche e, soprattutto, iniziare a considerare possibile il rifiuto di quella condizione. Questo lavoro assume un significato ancora più profondo in una realtà segnata dalla guerra.
Le donne di Mala Jin raccontano come «durante la guerra le donne sono annientate psicologicamente tra povertà, sfollamento, violenze». La guerra non agisce quindi soltanto sul piano materiale: produce conseguenze psicologiche, interrompe relazioni e percorsi di vita, aumenta la vulnerabilità e può rafforzare condizioni di dipendenza e subordinazione. In questo contesto, l’educazione può diventare anche uno spazio di ricostruzione: uno spazio nel quale parlare della propria esperienza, riconoscere problemi comuni e recuperare la possibilità di agire.
Ma l’educazione non viene pensata come un percorso astratto o uguale per tutte e tutti. Al contrario, nasce dai problemi concreti che attraversano le comuni.
“Ogni comune ha un proprio programma educativo in base alle difficoltà che la società affronta e in base alle esigenze che ha”, spiegano le donne di Mala Jin e di un comitato di quartiere del Kongra Star[1].
Si comprende uno degli elementi caratterizzanti di questo approccio: il sapere non viene calato dall’alto, ma si costruisce a partire dalle necessità che emergono nella società.
Per questo gli argomenti affrontati possono essere molto diversi, solo per citarne alcuni: dal doppio matrimonio alla violenza e al ricatto digitale, dalla giustizia alla dipendenza digitale e al consumo di droga. Temi differenti che, tuttavia, hanno un elemento comune: riguardano direttamente la vita quotidiana e le relazioni sociali, rendendo visibili e mettendo in discussione comportamenti considerati normali.
La stessa logica si ritrova nel lavoro di Sara Foundation for Combating Violence Against Women, che porta l’educazione anche fuori dagli spazi specificamente dedicati alle donne, nelle scuole e in altri contesti sociali. Ad esempio, le attività coinvolgono studenti e studentesse dalla seconda media in poi, affrontando temi come l’educazione psicologica, il suicidio, il femminicidio e la Legge della famiglia[2]. Anche qui l’educazione non consiste semplicemente nella trasmissione di informazioni. Diventa soprattutto uno spazio di ascolto, scambio e costruzione collettiva di consapevolezza.
“Gli studenti e le studentesse si confidano con noi o ci parlano di alcuni problemi che vivono i propri compagni e le proprie compagne di classe”, raccontano da Sara Foundation.
L’attività educativa produce così un effetto che va oltre il momento della formazione: fa emergere situazioni che altrimenti potrebbero rimanere nascoste e crea una possibilità di parola attorno a problemi che riguardano direttamente le giovani generazioni. L’educazione diventa quindi anche ascolto.
Per raggiungere persone e contesti differenti, il lavoro educativo assume forme diverse. Le donne di Malajin spiegano che le educazioni “possono essere interne o aperte, possono essere autonome o anche miste”. La scelta tra percorsi separati tra sole donne e percorsi misti risponde alle esigenze specifiche delle situazioni affrontate. Uno spazio riservato alle donne può permettere di affrontare più liberamente esperienze legate alla violenza, alla famiglia o alla subordinazione; allo stesso tempo, le educazioni miste consentono di coinvolgere anche gli uomini e di affrontare questioni che non riguardano soltanto le donne, ma l’intera società.
Un altro aspetto interessante è rappresentato dagli strumenti utilizzati per diffondere i contenuti. La Sara Foundation, oltre alle attività educative, ha prodotto anche opuscoli da distribuire per pubblicizzare e approfondire i temi affrontati. Questo dettaglio può sembrare secondario, ma evidenzia un’altra caratteristica del modello: il sapere può circolare, essere ripreso, discusso e portato in altri luoghi. Allo stesso modo, le attività educative raggiungono contesti differenti, comprese le strutture militari e di difesa. Il sapere, quindi, non resta chiuso nel luogo in cui viene creato: viene portato nella società e messo in relazione con problemi, soggetti e contesti diversi.
Ed è a questo punto che l’esperienza di Aborya Jin, il comitato economico delle donne del Kongra Star, permette di comprendere fino a che punto l’educazione venga considerata un principio trasversale. Se a Mala Jin l’educazione serve a riconoscere e rifiutare la violenza, e alla Sara Foundation diventa uno strumento per parlare di violenza, salute psicologica e relazioni familiari anche con le nuove generazioni, nel lavoro economico essa interviene ancora prima della partecipazione al lavoro. “L’economia per noi non è una questione di professione, guadagno ma è prima di tutto educazione del pensiero fuori dalla mentalità patriarcale”, spiegano le donne di Aborya Jin.
La frase sposta il problema economico su un piano più profondo. L’autonomia non comincia necessariamente dal lavoro o dal reddito, ma dalla possibilità di mettere in discussione l’idea che l’economia sia un ambito riservato agli uomini. “Le donne erano le prime a pensare che l’economia fosse solo un compito dell’uomo”, raccontano.
È proprio questa convinzione che il lavoro educativo cerca di trasformare. Prima ancora di costruire attività economiche, cooperative o forme di autonomia materiale, diventa necessario modificare la percezione che le donne hanno di sé e delle proprie capacità. Per questo le rappresentanti di Aborya Jin affermano: “grazie al lavoro educativo, prima del lavoro, la donna ha cominciato a credere in se stessa, a svilupparsi”.
In questa breve frase si concentra un messaggio comune, semplice ma radicale: il cambiamento non consiste soltanto nell’offrire a una donna una nuova possibilità, ma nel creare le condizioni perché possa riconoscere quella possibilità come propria. Una donna può accedere a un lavoro, ma il passaggio diventa più significativo quando inizia a considerarsi capace di prendere decisioni, gestire risorse, partecipare all’organizzazione economica e occupare uno spazio che prima riteneva appartenere esclusivamente agli uomini. Per questo il lavoro educativo non viene considerato concluso una volta raggiunto un determinato obiettivo.
“Negli anni abbiamo aumentato le educazioni per far sì che quante più donne possano conoscere, rafforzare la propria volontà e la propria libertà”, spiegano le donne di Aborya Jin.
Conoscenza, volontà e libertà sono parte di uno stesso processo: conoscere permette di comprendere la realtà, la comprensione può rafforzare la volontà e una maggiore autonomia della volontà può tradursi nella capacità di compiere scelte.
L’obiettivo dichiarato è inoltre quello di “raggiungere le donne di tutte le età e le etnie”. Anche qui ritorna una caratteristica già presente nel lavoro di Mala Jin e della Sara Foundation: l’educazione non è destinata a un gruppo ristretto, ma deve attraversare la società, raggiungendo generazioni, esperienze e contesti differenti.
È proprio mettendo in relazione queste esperienze che emerge con maggiore chiarezza il ruolo dell’educazione nelle istituzioni delle donne in Rojava.
Non esiste un unico luogo dell’educazione e non esiste un unico soggetto educativo. Si educa nelle Case delle donne, nelle scuole, nelle strutture economiche e in altri spazi della società; si parla di violenza, famiglia, giustizia, salute psicologica, tecnologie, dipendenze ed economia. Cambiano i destinatari e le destinatarie cambiano i contenuti, ma rimane una stessa idea:
la trasformazione sociale richiede una trasformazione del modo in cui le persone comprendono se stesse e il mondo nel quale vivono.
Non possiamo parlare di educazione senza però prendere in considerazione come viene prodotto il sapere alla sua base. Pertanto, non possiamo non citare il ruolo fondamentale della Jineoloji, la scienza della donna e della vita. Lo sviluppo del pensiero rivoluzionario su cui si fonda l’esperienza di auto-organizzazione in Rojava ha portato la consapevolezza che la scienza e il sapere maggiormente diffusi si basano sul pensiero patriarcale e capitalista.
Questa consapevolezza si è tramutata in azione sulla base di un quesito: come sviluppare una scienza libera? La risposta si radica profondamente nella storia delle donne e della propria società, nelle relazioni che la animano. La ricerca viene sviluppata con diversi metodi, tra cui hanno notevole importanza le discussioni con le persone. L’obiettivo, in ogni caso, rimane lo stesso evidenziato da tutte le organizzazione delle donne: comprendere la storia e il presente per modificare le relazioni sociali e uscire da condizioni di dominio. Lo studio e la riappropriazione della propria storia e identità sociale diventano quindi uno strumento di lotta.
Tutte queste esperienze evidenziano quanto l’educazione costituisca un’infrastruttura trasversale della trasformazione sociale. Non accompagna semplicemente il cambiamento, ma ne costituisce una delle condizioni di possibilità. Prima di costruire una nuova relazione economica, occorre mettere in discussione l’idea che l’economia appartenga agli uomini. Prima di rifiutare una violenza, occorre poterla riconoscere come tale. Prima di chiedere aiuto, occorre avere uno spazio nel quale poter parlare. Prima di modificare una relazione familiare, occorre conoscere la possibilità che quella relazione possa essere diversa. Da questo punto di vista, le parole delle donne di Malajin – “l’educazione è alla base di tutto” – rappresentano il filo che connette esperienze apparentemente molto diverse.
Lavora infatti sul terreno nel quale le forme di subordinazione possono riprodursi: quello della mentalità, delle abitudini, delle relazioni e delle aspettative sociali. Ma interviene anche sulla possibilità di immaginare un’alternativa.
È un processo necessariamente lungo. Si agisce in uno spazio che precede e accompagna la trasformazione: tra ciò che una persona ha imparato a considerare normale e ciò che può arrivare a mettere in discussione, tra ciò che pensa di poter essere e ciò che può iniziare a immaginare per sé e per tutta società.
Cosa significa autonomia per le donne, in questo territorio e in tutto il mondo? Poter pensare per sè stesse, poter provvedere a sè stesse, dal punto di vista materiale e non. Poter creare la propria vita, al di fuori della violenza e della subordinazione, che sia essa nei confronti di un uomo, della famiglia, di istituzioni statali o di mercato. Esiste certamente un’organizzazione collettiva, di divisione dei compiti e di presa di responsabilità nei diversi ambiti della vita. Ma l’obiettivo è sempre e solo uno:
rendere le donne e la società in grado di provvedere a sè stesse, collettivamente e secondo la logica della reciprocità, in contrapposizione al dominio.
Un esempio pratico di questo emerge dalle parole di una combattente delle YPJ[3]: “il nostro compito non è solo difendere le donne ma fare sì che tutte possano difendersi ovunque sono”. Per questo, le educazioni delle diverse organizzazioni, dalla difesa militare ai comitati economici fino alle comuni di quartiere, non sono focalizzate sulle materie tecniche specifiche ma sulla prospettiva di una società nuova, basata su relazioni paritarie libere dalla violenza e dal potere.
Abbiamo conosciuto esperienze diverse ma con un’unica prospettiva: conoscere, prendere parola, rafforzare la propria volontà e trasformare la realtà. Non significa semplicemente insegnare qualcosa a qualcuno o qualcuna. Significa creare le condizioni perché le persone possano riconoscersi come soggetti capaci di comprendere, scegliere e agire. In questa prospettiva, la liberazione non è soltanto una condizione da raggiungere: è anche un processo che si apprende, si costruisce collettivamente e si trasmette a tutte le persone che ci circondano, dai quartieri ai villaggi.


